Coronavirus: quando l’influenza “Spagnola” mieteva vittime in tutta Europa

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Per chi ha la fortuna di avere i propri nonni ancora in vita, avrà sicuramente sentito storie risalenti alle due guerre mondiali e riferimenti a fatti accaduti durante e dopo la guerra. Un fatto di cui i nostri nonni si ricordano è sicuramente il periodo dell’influenza “Spagnola”, quel virus che si insinuò in Europa e causò la morte di quasi cinquanta milioni di persone dal 1918 in poi. Oggi a distanza di cento anni i virus continuano a far paura, proprio in questi ultimi mesi stiamo assistendo al diffondersi del COVID-19 o più comunemente conosciuto come “Corona Virus”.

Non batteri ma virus

La Spagnola, venne chiamata così perché i primi giornali a parlare di questo virus, furono i giornali spagnoli perché nel 1918 la Spagna era neutrale e quindi poteva liberamente parlare di ciò che avveniva in Europa. Anche in questo caso a scatenare questa imponente pandemia, fu una variante aviaria asiatica del virus H1N1, una sorta di aviaria che veniva trasmessa dai volatili come avvenne negli anni 2000 con la “Sars”. In quel caso, i medici pensarono di aver trovato il cosiddetto “paziente 0”, un soldato della prima guerra mondiale, ossia colui che per primo avrebbe contratto l’influenza trasmettendola poi agli altri esseri umani.

Così, anche a causa degli scarsi controlli sanitari, l’influenza invase l’Europa e mise a dura prova tutta la popolazione. Furono quasi cinquanta milioni i morti deceduti a causa di questa influenza e addirittura si pensava che la malattia fosse batterica e non virale, anche perché a quei tempi non esistevano gli antivirali e il vaccino per la febbre non era ancora stato creato.

Una paura antica

Ancor prima dell’influenza Spagnola, Alessandro Manzoni nella sua opera “I Promessi Sposi”, ci racconta della peste che aveva invaso Milano tra il 1629 e il 1630:

“Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti

Il lazzaretto di Milano

comprate o rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato, s’ammalò; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì. […] Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti alla opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti”

 

 

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