Un diario e il Corano!

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Diciotto mesi di prigionia sembrano non avere cambiato il sorriso e lo sguardo della venticinquenne Silvia Romano che scende dalla scaletta dell’aereo salutando e sorridendo. Ci sono i saluti di rito con le autorità, fiere di averla riportata in Italia sana e salva e tanta commozione, infine il lungo abbraccio con la madre e la famiglia. “Per fortuna sto bene fisicamente e mentalmente”, afferma Silvia, “sono felicissima, dopo tanto tempo e’ bello essere tornati, sono stata grande.”
Catturata il 20 novembre del 2018 da tre uomini dal villaggio Chakama in Kenya, dove si trovava per la onlus Africa Milele, Silvia viene consegnata alla banda che ne aveva ordinato il sequestro e inizia il suo “ viaggio” per arrivare in Somalia. Silvia racconta che le prime settimane sono state drammatiche, piangeva notte e giorno, poi i rapitori riescono a tranquillizzarla, dicendole che non l’avrebbero uccisa. Inizia la prigionia, con spostamenti da un villaggio all’altro, sola con i suoi rapitori per diciotto lunghi mesi. Il tempo passa e nel frattempo Silvia tiene un quaderno, lo chiede ai suoi rapitori e diventa il suo diario.  Un diario dove scrivere le nuove sensazioni, le sue paure, i suoi pensieri e raccontarsi. Per tenere vivi quei momenti bui e provare a dare un senso a ciò che le sta accadendo. Un diario per superare i momenti difficili, fino a nutrire la speranza che presto tutto finisca e che possa finalmente tornare in Italia ad abbracciare la sua mamma.
Silvia chiede anche un libro, non uno qualsiasi ma il Corano, il Libro sacro dell’Islam, per pregare quel dio che lei spera di poter avere in comune con i suoi rapitori, un dio che possa farla sentire in qualche modo una di loro.
Il Corano le parla di un dio che non sente lontano, ma vicino alla sua vita, il richiamo del Muezzin rimbomba nelle sue orecchie e scandisce le sue giornate, un suono che riesce a darle serenità, pace e forza.
Sono proprio quella forza e quella pace che oggi lasciano tanti di noi senza parole.
Silvia comincia il suo interrogatorio e affiorano i suoi ricordi, le sue memorie scritte in quel diario, ora nelle mani dei rapitori. Già dalle prime ore di questo lunedì 11 maggio possiamo leggerle nei giornali e apprendiamo che Silvia si e’ convertita all’Islam.
Le reazioni non sono tutte indifferenti alla notizia che non dovrebbe fare notizia.
Alcuni commenti nei social affermano che il governo ha pagato un riscatto, con i soldi dei contribuenti italiani, per riavere tra noi una donna convertita all’islam. Una fanatica fondamentalista, sposata con il suo rapitore, c’è anche chi aggiunge che sia incinta. Silvia racconta che “non c’è stato alcun matrimonio ne relazione ma solo rispetto”.
Forse avremmo preferito vederla scendere da quell’aereo  ferita, con traumi evidenti, che avesse subito violenze e raccontato le tremende notti trascorse con suoi carnefici. Invece, abbiamo davanti una donna apparentemente tranquilla, coperta da abiti islamici, che però non usa mai la parola amore nei suoi racconti, neanche quando parla della sua conversione all’Islam. Silvia ha sempre avuto il desiderio di fare del bene conosce la parola amore, prendersi cura degli altri…..
Silvia e’ cambiata, non e’ più la ragazza che e’ partita per l Africa, adesso e’ una donna seppur di soli 25 anni, con tanto da raccontare e forse da dimenticare. Le servirà avere accanto la sua famiglia e del tempo.
E noi che durante questa quarantena, vissuta da molti come una prigionia, abbiamo imparato cosa significano parole come Tempo, Senso, Solidarietà, Famiglia.. proviamo a gioire per il ritorno a casa di una ragazza e sopratutto prima di sentirci Italiani cerchiamo di sentirci Umani.
Dimenticavo, adesso Silvia si chiama Aisha.

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