Tre medici del Movimento ecclesiale carmelitano raccontano l’emergenza Covid-19

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Li conosciamo bene,  uomini e donne abituati a stare in prima linea.  Senza orari lavorano negli ospedali, operano, dimettono, visitano . Ci comunicano la buona diagnosi o quella infausta, con la stessa serietà e professionalità che li distingue. In questo periodo di pandemia li abbiamo visti lavorare senza sosta e li abbiamo definiti eroi. Eroi senza corazza, senza materiali protettivi, senza aiuti, si sono trovati a vivere una pressione senza precedenti ma loro si ritengono semplicemente medici, con una missione: curare e salvare vite umane. Non negano la forte tensione vissuta, che ha generato in loro  un profondo cambiamento, che li ha portati a mettere in campo una maggiore umanità e una maggiore responsabilità nell’ incontro con i pazienti. Un evento  che li ha portati lungo percorsi di profonda e grande consapevolezza di se è della vita.

Gabriele Tomasoni direttore del dipartimento di anestesia e rianimazione degli Ospedali Civili di Brescia è primario della prima rianimazione centro di terapia intensiva per pazienti covid. Appartenente al Movimento ecclesiale carmelitano, racconta quei giorni e quelle notti definendoli “un evento eccezionale ” un esperienza straordinaria, dove riconoscere e dare significato ad un ’evento che accade nella nostra vita. Il segreto è non farsi travolgere dall’evento in se, ma ritrovare in quello che facciamo, e in questa eccezionalità, un significato, un senso.  Un disegno che necessita una risposta, soprattutto da parte degli operatori sanitari che  possono dare, non solo dal punto di vista strategico gestionale operativo, ma soprattutto dal punto di vista umano il vero significato dell’essere medico.  Un’occasione per testimoniare che in questa esperienza straordinaria, si gioca una presenza e un appartenenza alla chiesa. Il dottore Gabriele Tomasoni da credente trova il senso di questo evento straordinario in tre punti:  l’umiltà, la professionalità e l’umanità. I medici non sono spesso umili,  in questa occasione di emergenza è stato necessario recuperare quest’ umiltà che significa non difendere gratuitamente la propria posizione, sempre e comunque, ma  sentirsi parte di un sistema che funziona solo se lavora in rete.  I’unico fine deve essere, dare la risposta migliore alla persona malata. Il secondo punto che il dottore Tomasoni si è posto  è l’umanità, il rispetto del malato, come bene prezioso.  Non possiamo non dare al malato il meglio anche se la scienza,  in questo caso è ancora carente.   Professionalità e  umanità proprio come condizione per dire “io sono il prolungamento dell’umanità di Gesù”.  Un inevitabile attenzione al bisogno fisico e al bisogno spirituale e a fine giornata rivolgersi al Signore dicendogli “Ti offro quello che sono riuscito a fare e ti offro anche i miei errori, aiutami  tu a risolvere quello che non posso adesso”

Sandro Cinquetti direttore del servizio Igiene e Sanità Pubblica dell’azienda Usl 2 Marka Trevigiana, è un medico specialista in Igiene. Gestisce un grande numero di soggetti sani che sperano di non ammalarsi . Ma gestisce anche tantissime persone dichiarate positive che hanno contratto il virus. Il soggetto positivo che a volte può essere anche una persona con una sintomatologia molto bassa, diviene un sorvegliato speciale. Attraverso il telefono si mantiene un contatto, che diviene relazione. Una parola di conforto a ogni persona che va  sostenuta e soprattutto rassicurata.  L’esperienza covid, vissuta cristianamente in ogni situazione di particolare impegno lavorativo, rimanda al “servizio”.  Alle parole di Gesù,: “il figlio dell’uomo  non è venuto per essere servito ma per servire”.  La parola servizio,  insita nel servizio sanitario nazionale, deve riscoprire il suo significato più autentico  in un concetto di ampia di generosità . Divenire  utili a servire, il riferimento è a Santa Teresa d’Avila, cuore del messaggio del Movimento ecclesiale carmelitano del quale, i nostri medici che si raccontano fanno parte.

In ultimo la testimonianza di vita cristiana del dottor Renato Turrini gastroenterologo presso l’ azienda socio-sanitaria territoriale Franciacorta presidio ospedaliero di Iseo.

Definisce l’esperienza covid 19,  una esperienza così intensa e altrettanto drammatica che non può non essere condivisa, esattamente come ognuno l’ha già vissuta e raccontata all’interno della propria famiglia La primissima sensazione  percepita è quella di attraversare un lazzaretto, un mare di sofferenza misto a un frastuono di maschere di caschi, che erogavano ossigeno ad alto flusso, e una serie di lamenti. Erano i suoni che uomini e donne pronunciavano, gli ultimi suoni, in uno stato di agonia fisica e psicologica.  Il ricordo va al  primo paziente, un signore a  cui dopo avere acquisito il consenso informato, alla somministrazione di un farmaco antivirale, era deceduto, poco dopo. I sacerdoti, avevano raccomandato ai medici che,  in assenza di loro, se vicini ad un malato che sentivano avere il desiderio di Dio nel  cuore,  era importante  segnare la fronte del paziente con il segno della croce. Un gesto semplice ma ricco di significato, che il dottor Turrini ricorda di avere fatto, con forte emozione. Ricorda  nella rapidità del gesto di essersi scontrato, come nella violenza di un fulmine, con il dramma della fragilità umana . La fragilità di quel paziente e poi degli altri pazienti covid colpiti da questa malattia così aggressiva, da non dare neppure il tempo per una considerazione clinica terapeutica, al fine di supportarli.  E scoprire negli occhi e nei volti di quei pazienti la propria fragilità di medico e di uomo, inerme con la stessa paura di quei volti,. Paura di potersi ammalare ed  infettare e coinvolgere i legami più stretti. Infine anche un’altra fragilità quella della condizione per cui questi malati non potevano né essere assistiti,  ne essere incontrati, ne essere salutati dal congiunto, morire in solitudine. Come se la morte uscisse dall’anonimato in cui l’avevamo confinata, e prendesse forma in quei corpi e in quelle storie. Confinata nel privato adesso ritorna ad essere una cosa pubblica, un esposizione quotidiana.

Per questo è necessario che la scienza, in questo momento non sia solo cura ma deve divenire  capacità di abbracciare l’altro in tutto il suo essere per tutta la sua persona. Un emergenza dolorosa da cui è possibile trarre un insegnamento di metodo. Quello che l’incontro con la realtà bella o brutta che sia, esige sempre una risposta seria, una risposta che non sia né banale né superficiale, una risposta in cui quello che sei abbia mettersi in movimento per costruire, per andare oltre il limite tracciato da quella precisa e contingente situazione.  Il  motivo è semplice perché Dio non ha  affidato nulla al caso.  Come ci ricorda la mistica Madeleine Delbrêl, le pulsazioni della nostra esistenza sono sconfinate. Il signore della vita le ha volute tutte, fin dal l’attimo del risveglio di ogni nostro mattino, e chi si abbandona al quotidiano senza resistenze, si trova libero di galleggiare nella Provvidenza come un turacciolo di sughero nell’acqua. Con questo spirito i nostri medici si sono tuffati in questa esperienza.

Il Cristiano può trarre del bene anche da tutto questo dolore, perfino dai fallimento e dai  limiti della stessa scienza medica. Nulla è un  ostacolo a riconoscere un occasione perché ogni persona possa crescere soprattutto nel rapporto con il Signore. San Giovanni Paolo II diceva, riferito a San Benedetto, che era necessario che l’eroico e il  quotidiano divenissero un unicum.  E’ possibile allora leggere questo evento negativo come un evento e un’occasione straordinaria ? L’eroico non dipende da me ma è l’azione che diventa un’azione eroica, ed è eroica non nella eccezionalità o  nella mia bravura,  ma nella ferita dell’azione stessa . Questa esperienza ci può insegnare che  ogni piega della nostra esistenza  è un’occasione, un appuntamento, sta a noi dargli il giusto senso. Nella frenesia dei ritmi e nelle incalzare della stanchezza fisica e psicologica, i nostri medici che si raccontano  hanno  pregato tantissimo, vedendo il volto di Gesù presente in chi soffriva.

Noi usiamo la parola miracolo come un evento spettacolare e inaspettato ma nelle testimonianze di vita  dei nostri medici, abbiamo toccato con mano, che in quelle corsie di ospedale, ogni giorno si consumava un miracolo quotidiano.

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