Don Alessandro Manzone: “Mi sento amato da Cristo personalmente”

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Intervista a don Alessandro Manzone realizzata da Michelangelo Nasca per la rivista “Theofilos” nel febbraio 2017. Ne proponiamo un ampio estratto certi di fare cosa gradita alle tantissime persone che hanno conosciuto don Alessandro, presbitero appartenente all’Arcidiocesi di Palermo e recentemente deceduto per ulteriori complicazioni generate dal Covid-19.

In che modo descriverebbe il suo rapporto con Cristo?

È un rapporto singolare, poiché mi sento amato personalmente. Sin dai primi anni della mia formazione sacerdotale ho compreso che quello di Dio è un amore unico e personale; di conseguenza anche la mia preghiera diventa personale, consapevole che nella persona di Cristo c’è tutta la Chiesa. Nel dialogare con Lui, faccio spazio, innanzitutto, alla sua Parola, per entrare sempre di più nella profondità del suo mistero.

Quale momento della Celebrazione Eucaristica la commuove di più?

Durante la celebrazione della Messa mi raccolgo in preghiera guardando nel volto le persone che ho davanti. A volte, durante l’offertorio o nella recita della preghiera eucaristica, alcune espressioni e invocazioni liturgiche mi fanno percepire la pienezza del mistero che sto vivendo, e questo mi commuove. Comprendo, inoltre, che nella liturgia sono presenti tutte le realtà pensate e pronunciate sottoforma di preghiera, insieme ai problemi delle persone. Per questo il sacrificio che stiamo celebrando è veramente comunitario, soprattutto quando al momento della comunione, offrendo ai fedeli il “Corpo di Cristo”, ci rendiamo conto di essere nutriti dal Signore.

Le persone che di solito incontra nella sua attività parrocchiale o anche fuori, che tipo di considerazione riservano al presbitero?

La gente si fida ancora del sacerdote! Magari ci sono alcuni che guardano al prete con occhi diversi, e tuttavia da parte nostra c’è uno sguardo d’amore per tutti. Il sacerdote è un punto di riferimento per tutti i credenti e i non credenti. Per chi è più vicino, il sacerdote è il canale preferenziale di Dio, la pista dove Dio desidera trasmetterci qualcosa. Le persone, quando si sentono comprese e incoraggiate dal loro pastore si avvicinano. Anche chi è un po’ più lontano vede nel sacerdote una persona amica – me ne rendo conto tutte le volte che incontro le persone –, e questo permette di instaurare quasi sempre una relazione positiva. Altri ancora, soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione, guardano al prete come all’argomento del giorno, ad un avvenimento, ad un fatto che è accaduto. Ma sono la minima parte. Talvolta, credo, dipende molto da noi preti, da come ci poniamo nei confronti degli altri!

Il presbitero è “Sacerdote in eterno”, che tipo d’impegno comporta questa singolare prospettiva?

Il Dio che noi adoriamo è un dio eterno e, come dice la Sacra Scrittura, sempre fedele. Dio è eternità e ci coinvolge totalmente nel suo mistero, una eternità che ha le radici nella storia. Il sacerdozio è un ministero eterno perché celebra e amministra le cose di Dio, che per Lui sono sempre eterne. In tal senso considero impegnativi tutti gli aspetti del servizio sacerdotale, in modo particolare il mistero della consolazione, in dialogo personale con i fedeli, che occupa gran parte del mio tempo, e che ritengo sia una delle particolarità del sacerdote.

Quali sono le fatiche maggiori che le capita di affrontare?

Intanto fatiche interiori, spirituali; di come rendere agevole il cuore degli uomini per le cose di Dio. Il nostro compito, infatti, è sempre quello di creare varchi che favoriscano la relazione. Le difficoltà le riscontro talvolta nel concetto di Chiesa, spesso errato, che viene generato dalla nostra società. Anche l’impegno di fare entrare l’umanità di un uomo e di una donna nel cuore di Dio non è semplice. La fatica maggiore che però mi lascia sempre addolorato la sperimento quando non si comprende la preziosità dell’Ordine sacro, e si tende a considerare il prete solo esteriormente, guardando a lui come ad una istituzione piuttosto che ad un ministro di Dio. Comunque, nonostante questi piccoli episodi, bisogna anche dire che c’è tanta gente capace di cercare altro nella figura del sacerdote, comprendendone la sua vera vocazione.

(Theofilos, anno III, n. 1, febbraio 2017 – Rivista della Scuola Teologica di Base “San Luca Evangelista” di Palermo)

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