“Per certi versi, secondo l’Arcivescovo di Bologna, Gesù non era un coraggioso”

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L’arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Maria Zuppi, nel corso della trasmissione “Che tempo che fa” condotta da Fabio Fazio, su RaiDue, ha testualmente dichiarato: «Per certi versi Gesù non era un coraggioso. Nell’Orto degli Ulivi prova paura, angoscia, tristezza. Un uomo intemerato avrebbe affrontato” senza nessun problema… “venitemi a cercare sono qua”! Non è proprio così. Gesù vive con tutta la difficoltà umana e la vince per amore; e in realtà è la nostra vittoria. Il coraggio – come è noto e come diceva “quello” [don Abbondio nei Promessi Sposi, ndr] – uno da solo non se lo può dare, l’amore sì, e tutti i martiri testimoni, Padre Puglisi, Annalena Tonelli, tutta gente che ha voluto più bene alla gente che alla propria paura».

Tuttavia, con tutto il rispetto, non possiamo esimerci dal fare alcune doverose considerazioni.

Tenendo presente in Cristo le due nature – umana e divina, e senza nessuna confusione vero uomo e vero Dio – possiamo certamente parlare dei sentimenti di paura che Gesù vive in quanto portatore di tutta la nostra umanità, come il vangelo di Matteo opportunamente precisa raccontando l’agonia di Gesù nell’Orto degli Ulivi: «Presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”». Un momento di faticosa prova che Cristo consegna alla volontà del Padre: «E, avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”» (Mt 26, 36-39). Un’analoga lettura possiamo sintetizzarla nelle parole che Gesù pronuncia in punto di morte: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15, 34). Una reazione al drammatico momento del martirio che Gesù vive pienamente nella sua persona, «essendo stato lui stesso – afferma San Paolo – provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Eb 4, 14, 15).

Una cosa è parlare della paura “umana” abbracciata da Cristo, un’altra cosa è parlare del suo coraggio. Cristo, infatti, dimostra con abbondanti riferimenti scritturistici che la sua missione non fu per nulla facile. Per esempio il coraggio di ascoltare e interrogare i dottori nel tempio (cf. Lc 2,41-52), o la coraggiosa scelta di cacciare i venditori dal tempio (cf. Mc 11,15), oppure quando Gesù parla nella sinagoga di Nazareth, e reo di essersi messo al posto di Dio rischia persino la morte: «Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù» (Lc 4, 16-29). Il coraggio, inoltre, di amare i propri nemici, di affermare l’indissolubilità dell’unione coniugale. Per ben due volte – quando Giuda, insieme ad un gruppo di soldati andarono ad arrestare Gesù – ebbe il coraggio di consegnarsi ai suoi carnefici: «Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”. Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io!”. […] Domandò loro di nuovo: “Chi cercate?”. Risposero: “Gesù, il Nazareno”.  Gesù replicò: “Vi ho detto: sono io» (cf. Gv 18,3-9).

Infine non possiamo non dimenticare il coraggio più grande mostrato da Cristo, quello di aver detto di «Sì» al misterioso e divino avvenimento dell’Incarnazione, prendendo su di sé i peccati del mondo ed espiandoli in Croce attraverso il cruento sacrificio della sua stessa vita. Da quel momento ogni «Sì», pronunciato “coraggiosamente” in ossequio alla volontà di Dio, diventa per noi mistero di unità, di adesione a Cristo e di salvezza, dalla Vergine Maria fino all’ultimo dei battezzati.

Piuttosto bisognerebbe chiedersi se noi oggi abbiamo il coraggio di riconoscerlo!

Foto: dalla pagina Facebook di “Che tempo che fa”

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